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Autoritratto con cappello di feltro: storia, significato e pennellate

Riproduzione a olio dipinta a mano dell'Autoritratto con cappello di feltro di Vincent van Gogh, l'artista barbuto in un cappello di feltro scuro in toni marroni spenti contro uno sfondo morbido.
Autoritratto con cappello di feltro, 1886; Van Gogh Museum · Vedi la riproduzione

Vincent van Gogh arrivò a Parigi nel marzo 1886, presentandosi senza preavviso alla porta di suo fratello Theo in Rue Laval, un pittore olandese di interni scuri e terrosi sul punto di essere calato nel bel mezzo dell’arte moderna francese. Aveva lasciato Anversa in fretta, con la salute precaria e le tasse scolastiche dell’accademia appena spese. Theo, mercante d’arte con una visuale privilegiata sulla nuova pittura che usciva dagli studi di Montmartre, lo accolse e di fatto ricostruì l’occhio di suo fratello nei due anni successivi.

I soldi per i modelli scarseggiavano, come sempre per Van Gogh, così rivolse lo specchio verso se stesso. L’autoritratto divenne un metodo di lavoro oltre che un soggetto, un modo per esercitarsi su un volto sotto luci diverse e dipingere senza pagare un modello a ore. Questo appartiene a quel primo periodo dei mesi parigini, dipinto nel 1886, quando l’abitudine era appena agli inizi.

Il quadro è di dimensioni modeste, 32,5 per 41,5 centimetri, abbastanza vicino alla dimensione reale di una testa e spalle che l’incontro appare immediato anziché costruito. Non è una grande dichiarazione di arrivo. Si legge piuttosto come un esercizio privato, un uomo che cerca di capire che aspetto avesse in questa nuova città e con questa nuova luce.

Un volto trattenuto tra la tesa del cappello e il colletto

Il cappello domina la metà superiore della tela, una forma scura di feltro con una tesa larga e morbidamente arrotondata che si abbassa sulla fronte. Il suo colore si colloca tra il verde bottiglia e il quasi nero, dipinto senza la rifinitura accurata riservata al volto sottostante, più una massa che un oggetto descritto.

Sotto quella tesa il volto è illuminato frontalmente, pallido e leggermente cereo contro il buio circostante. La fronte porta rughe visibili, brevi tratti preoccupati che tagliano la pelle, e gli occhi infossati, grigio-azzurri e leggermente incavati, incontrano lo spettatore direttamente senza addolcirsi.

Una barba e un baffo folti e rossastri coprono la parte inferiore del volto, il tono ramato l’unico accento caldo contro tanto marrone e verde. Sotto, un accenno di una sciarpa a righe, blu su bianco, interrompe la linea del colletto prima che il cappotto scuro si richiuda sulle spalle.

Una pittura che porta ancora il suo peso olandese

Guardate come l’attenzione cade in modo disomogeneo sulla tela. Il volto è lavorato con tratti brevi e controllati che seguono la struttura dello zigomo e della fronte, mentre il cappello, il cappotto e lo sfondo sono stesi con passaggi più ampi e sciolti che a malapena si preoccupano di descrivere qualcosa oltre la massa e l’ombra.

Quello squilibrio è il vero soggetto del quadro. Van Gogh aveva passato i suoi anni olandesi a mescolare grigi, terre d’ombra e verdi bottiglia per interni contadini, e quella tavolozza non si è ancora allentata qui. Lo sfondo è un marrone granata strisciato e striato, più vicino alla vecchia vernice dei mobili che al colore impressionista che stava per incontrare nello studio di Cormon e nelle gallerie intorno a lui.

Ciò che è cambiato è la lavorazione del volto stesso, più serrata e più indagatrice rispetto ai suoi ritratti di Nuenen, come se ora dipingesse per capire anziché semplicemente per registrare. Il cappotto e il cappello appartengono ancora all’Olanda. Gli occhi appartengono a un uomo che si pone già nuove domande.

Uno sguardo che non lascia andare

Ciò che colpisce per primo lo spettatore, prima ancora che il cappello o il cappotto si registrino, è la direttness dello sguardo. Van Gogh non distoglie gli occhi da se stesso e non abbellisce ciò che vede, la bocca piatta, gli occhi leggermente diffidenti sotto quella tesa pesante.

C’è poca vanità e poca messa in scena. Questo è più vicino a una nota di lavoro che a una dichiarazione compiuta, un volto verificato allo specchio e fissato mentre la pittura era ancora lavorabile, il che gli conferisce una qualità senza filtri che i suoi autoritratti successivi e più famosi a volte barattano con il colore e il dramma.

Su una parete, nella luce che cambia

Appeso in una stanza con luce diurna mutevole, un ritratto costruito su una base così scura si comporta diversamente nel corso della giornata. Con poca luce il cappello e il cappotto sprofondano quasi nel nero e il volto pallido sembra protendersi da solo, colto a metà di un pensiero. Sotto una luce più forte lo sfondo granata si apre e la pennellata del cappotto torna leggibile, tutta quella pittura strisciata e irrequieta improvvisamente visibile.

Merita di essere guardato da across una stanza e poi da vicino, le due viste mostrano quasi quadri diversi, una silhouette contro il rosso scuro, l’altra uno studio di tratti brevi e deliberati intorno a un paio di occhi vigili.

L’originale è appeso al Van Gogh Museum di Amsterdam, una voce tra i molti autoritratti che Van Gogh fece in questi anni parigini, ma uno dei primi e relativamente sobri, dipinto prima che il colore e la pennellata si scatenassero entrambi.

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