Campo di grano con mietitore: storia, significato e pennellate
Quando Vincent van Gogh dipinse Campo di grano con mietitore nel settembre 1889, aveva già trascorso cinque mesi come paziente volontario nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole, appena fuori Saint-Rémy-de-Provence. La sua stanza e lo studio adiacente si affacciavano su un campo di grano cinto da un muro, racchiuso dalla bassa cresta delle Alpilles, e per tutta quell’estate tornò più e più volte sullo stesso paesaggio, osservando il raccolto crescere, maturare e infine cadere sotto la falce.
Aveva chiesto a suo fratello Theo di rifornirlo di tele e colori nei periodi peggiori della sua malattia, e il lavoro rimase una delle poche cose che lo tenevano in equilibrio. Aveva già dipinto questo stesso campo una volta, a giugno, con il grano ancora verde. A settembre era ormai del tutto maturo, e tornò sul soggetto con un solo mietitore che vi si faceva strada.
Un campo cinto da un muro sotto le Alpilles
La tela, dipinta a 92,7 per 73,2 centimetri, è costruita quasi interamente da ciò che riempie i suoi due terzi inferiori: il grano. Un basso muro di pietra attraversa la distanza media, separando il campo coltivato da un gruppo sparso di edifici rurali dai tetti rossi e dalla massa grigio-blu delle Alpilles oltre.
A sinistra, elevandosi sopra il muro, una singola pianta fiorita con un fusto spesso e una cima cespugliosa si erge più alta di qualsiasi altra cosa nel quadro, uno dei soli accenti verticali in una composizione altrimenti costruita da lunghi e ampi tratti orizzontali di terreno. Un sole pallido, quasi bianco, pende basso in un cielo velato di verde tenue e giallo, la sua luce così uniforme su tutta la scena che quasi nulla proietta ombra.
Gli edifici rurali lungo il muro sono dipinti piccoli e semplici, poco più che qualche pennellata di rosso e grigio, sufficienti a collocare il campo all’interno di un paesaggio operoso anziché vuoto. Si trovano esattamente all’altezza in cui l’occhio, dopo aver attraversato il grano, si posa prima di salire verso le colline.
Il mietitore al lavoro
Vicino al centro del campo, piccolo rispetto alla massa di grano che lo circonda, un uomo in abiti azzurro-verde pallido e un cappello di paglia si china sulla sua falce. È costruito con solo una manciata di pennellate, eppure il braccio proteso e l’intero corpo che si piega nel taglio si leggono all’istante, anche a distanza.
Accanto a lui, covoni già raccolti stanno legati al margine del campo, impilati mentre il resto del raccolto attende ancora di essere tagliato. Intorno ai suoi piedi il grano si arriccia e vortica nel colore, lavorato così densamente che sembra muoversi, sebbene nulla nella scena sia frettoloso.
Colore steso denso
Van Gogh costruì il campo con brevi pennellate curve di giallo, oro, ocra e arancione, accostate l’una all’altra finché non si leggono meno come singoli steli che come un unico vortice di colore. In alcuni punti il colore si solleva dalla tela in creste, applicato densamente e trascinato con il pennello, così che la superficie stessa cattura la luce.
Contro quel calore, il cielo è lavorato in passaggi più freddi e sottili di verde pallido e limone, e le colline dietro il muro in blu e violetto tenui. L’intera superficie è unificata dallo stesso tratto ritmico e circolare, così che cielo, pendio e grano sembrano tutti dipinti in un unico movimento continuo della mano.
È questa lavorazione, più del soggetto stesso, a dare al quadro la sua particolare intensità. Il grano non sta fermo sulla tela come lo renderebbe una fotografia; si gonfia e ruota, ogni pennellata seguendo la curva di quella precedente.
Morte senza tristezza
Van Gogh descrisse il mietitore a Theo in una lettera scritta quel settembre, e le sue parole rimangono la guida più chiara a ciò che intendeva far portare alla figura. Vedevа nel mietitore, scrisse, l’immagine della morte, nel senso che l’umanità potrebbe essere il grano che viene tagliato.
Si premurò di aggiungere che non c’era nulla di triste in questa morte, che essa svolgeva il suo lavoro in pieno giorno, sotto un sole che inondava tutto di una luce d’oro puro. Dipinta dall’interno di un manicomio, in un anno che lo aveva già portato più volte vicino alla propria mortalità, l’immagine si legge meno come disperazione che come un tentativo di fare pace con una fine.
Il seminatore, una figura che aveva dipinto ripetutamente negli anni precedenti, getta il seme in avanti verso un futuro. Il mietitore, che taglia il grano che non ha piantato, chiude un ciclo invece di aprirne uno, e Van Gogh sembra aver trovato in quella chiusura qualcosa di più vicino alla calma che al dolore.
Su una parete, attraverso il giorno
L’originale è appeso oggi al Van Gogh Museum di Amsterdam. In una riproduzione appesa in casa, gli stessi cambiamenti di luce che Van Gogh inseguiva nell’arco della giornata si dispiegano di nuovo sulla parete: il quadro conserva il suo calore sotto una lampada la sera e diventa più pallido, più freddo, nel grigio delle prime ore del mattino.
Appeso dove può essere visto da una breve distanza anziché da vicino, il turbinio della pennellata si ricompone nel campo calmo e continuo che Van Gogh intendeva, un solo mietitore che lavora costantemente attraverso un raccolto che non sembra mai del tutto finire.
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