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Il Seminatore (al tramonto): storia, significato e pennellate

Riproduzione a olio dipinta a mano del Seminatore di Vincent van Gogh, un contadino che semina in un campo violetto sotto un enorme sole giallo al tramonto
Il Seminatore III (versione 2), 1888; Van Gogh Museum · Vedi la riproduzione

Arles, nella stagione della fioritura

Vincent van Gogh raggiunse Arles nel febbraio 1888, inseguendo una luce che credeva avrebbe affinato il suo colore così come le stampe giapponesi avevano affinato il suo sguardo. In primavera i frutteti intorno alla città sbocciavano, ed egli li dipinse in rapida successione, una tela dopo l’altra, lavorando più velocemente di quanto avesse mai fatto a Parigi.

Il seminatore apparteneva a un registro diverso di ambizione. Non era uno studio fatto direttamente dal vero ma una composizione costruita dalla memoria e da una lunga convinzione, un soggetto che portava con sé fin dai suoi primi anni come artista. Questa tela, catalogata come Il seminatore III (versione 2), è uno dei diversi tentativi che ne fece quello stesso anno.

Vi lavorò nelle stesse settimane dei frutteti in fiore, e qualcosa di quella stagione scivolò nel quadro. Un ramo fiorito entra dall’alto della tela, appoggiato attraverso il tronco dell’albero che domina la scena, come se il frutteto dietro il pittore fosse cresciuto diritto nel campo davanti a lui.

Un tronco capitozzato taglia il campo in due

La superficie del quadro è piccola, appena 40,3 per 32,5 centimetri, eppure Van Gogh la affolla di eventi. Un tronco spesso e scuro si erge dal basso a destra verso l’alto a sinistra, le sue membra capitozzate aperte come dita contro un cielo di giallo-verde acido striato di rosa.

Appoggiato attraverso quelle membra c’è un sottile ramo fiorito, i suoi fiori posati in brevi tocchi di corallo e bianco, che si arricciano vagamente lontano dal fusto principale. L’albero non è uno scenario accessorio. Divide la tela in diagonale e spinge il seminatore, il soggetto nominale del quadro, nell’angolo in basso a sinistra.

Là egli cammina, una figura compatta in una giacca e un berretto blu-verde scuro, spargendo seme con un braccio teso su un campo reso in pennellate spezzate di lilla, grigio e ocra pallido. Dietro di lui una stretta fascia di blu, più un passaggio di colore che un fiume letterale, separa il campo da un orizzonte basso dove una città lontana e un singolo cipresso scuro sono posati in pochi tocchi economici.

Su tutto, basso e enorme, siede un sole di puro giallo cromo, costruito in pennellate circolari così che la pittura stessa sembra girare. Non arde tanto quanto brilla piatto contro il cielo acido, più vicino a una moneta premuta sulla tela che a una fonte di calore.

Una figura presa in prestito, fatta per competere

Il seminatore non era un’invenzione di Van Gogh. Aveva disegnato e dipinto il soggetto fin dai suoi anni nei Paesi Bassi, seguendo Jean-François Millet, i cui contadini lavoratori copiava e riveriva come modelli di soggetto onesto e non sentimentale.

Ad Arles spinse la figura in un colore che Millet non usò mai, mettendosi alla prova, come descrisse nelle sue lettere, contro i pittori che ammirava di più, traducendo le loro sobrie composizioni tonali in tinte complementari crude. Sole giallo contro un campo tendente al viola, l’abbinamento più antico nel suo pensiero cromatico, fa qui il lavoro emotivo che il disegno e il tono avevano fatto negli originali di Millet.

Il soggetto portava un peso oltre la sua composizione. Per Van Gogh il seminatore rappresentava un ciclo che sopravviveva a qualsiasi singola vita, seme affidato alla terra con la promessa che sarebbe tornato come grano. Tornò all’immagine abbastanza spesso che le sue lettere la trattano come qualcosa di vicino a un articolo di fede privato.

Pittura trattata a velocità

La pennellata è ovunque rapida e dichiarativa. Il campo è steso con brevi tratti diagonali che seguono i solchi invece di descriverli uno per uno, il cielo in lunghi passaggi orizzontali interrotti da striature di nuvole rosa, la corteccia segnata con linee scure e tortuose che lasciano trasparire il colore di fondo.

Nulla qui è levigato. La pittura siede in creste dove il pennello l’ha caricata e rilasciata, e il disco del sole in particolare porta un impasto visibile, una superficie rialzata e texturizzata che cattura la luce reale in modo diverso a seconda di dove si trova lo spettatore.

Quella variabilità è parte del carattere del quadro piuttosto che un difetto di uno schizzo frettoloso. Van Gogh lavorava verso una chiarezza decisiva, simile a un manifesto, piani piatti di colore forte delimitati da tratti disegnati, più vicino nello spirito alle stampe che collezionava che alla pittura di paesaggio convenzionale del suo tempo.

Come si colloca in una stanza

Appeso dove arriva la luce del giorno, il quadro cambia di ora in ora in un modo che i dipinti più piatti non fanno. La luce del mattino o coperta lascia che il viola e il grigio del campo si leggano chiaramente contro il cielo giallo; il sole diretto attraverso l’impasto cattura le creste di pittura e getta il disco cromo in un rilievo più netto.

Piccolo com’è, a 40,3 per 32,5 centimetri, tiene una parete attraverso la densità piuttosto che la scala, la diagonale affollata del tronco gli dà più presenza di quanto le sue dimensioni suggerirebbero a colpo d’occhio.

L’originale è conservato dal Van Gogh Museum, Amsterdam, catalogato tra il gruppo di composizioni del seminatore che Van Gogh fece ad Arles quell’anno. Visto da vicino o attraverso una stanza, ricompensa quel tipo di sguardo senza fretta e ripetuto che un dipinto così compresso e così veloce nella sua realizzazione era costruito per sopravvivere.

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