La Berceuse (Donna che dondola una culla): Storia, Significato e Tecnica Pittorica
Negli ultimi giorni del 1888 la casa di Vincent van Gogh ad Arles si era disgregata. Paul Gauguin lasciò la Casa Gialla dopo il loro litigio, e Van Gogh trascorse le prime settimane del 1889 spostandosi tra l’ospedale e brevi periodi di ritorno a casa, cercando di ritrovare la stabilità con il lavoro. Tra gli amici che gli rimasero accanto durante quell’inverno c’erano Joseph Roulin, il postino di Arles, e sua moglie Augustine-Alix Pellicot Roulin, e fu proprio Augustine che Van Gogh chiese di posare per il quadro che chiamò La Berceuse.
Aveva in mente un uso particolare per esso. Van Gogh scrisse di voler dipingere un quadro che i pescatori in alto mare, uomini che immaginava dondolarsi nelle loro cuccette e pensare a casa, potessero appendere nella loro cabina come una sorta di ninna nanna resa visibile. L’idea veniva in parte dal romanzo di Pierre Loti sui pescatori islandesi, e plasmò lo strano, diretto rivolgersi del quadro a uno spettatore immaginato come stanco, o spaventato, o semplicemente solo.
Una modella resa immobile, una corda di culla tra le mani
Augustine Roulin siede frontale verso lo spettatore in una bassa poltrona di legno, il corpo che riempie gran parte della tela. Indossa un corpetto verde bottiglia stretto da una cintura scura sopra una gonna verde-azzurra più chiara, e le mani riposano in grembo, le dita intrecciate attorno a un sottile cordoncino a righe.
Quel cordoncino è l’intero soggetto del titolo del dipinto. Scende e fuoriesce dal bordo inferiore della tela, legato, si comprende, a una culla appena fuori dalla vista, e la presa di Augustine su di esso è l’unico movimento implicito in una figura altrimenti immobile.
Il suo volto e i capelli rosso-arancio sono costruiti con caldi toni ocra e rosa, dipinti con maggiore levigatezza di qualsiasi cosa attorno a lei, cosicché il suo sguardo, calmo e un po’ distante, diventa l’unico punto in cui l’occhio può riposare. Van Gogh firma il quadro sul bracciolo della poltrona, “Vincent”, con la semplice grafia che riservava alle opere che giudicava finite e importanti.
Una carta da parati diventata selvatica dietro di lei
Dietro Augustine, lo sfondo non è una parete ma un campo di motivo: un fondo verde bottiglia scuro cosparso di piccoli punti e invaso da dalie rosa e bianche su steli ricurvi, con viticci ad anello in giallo e verde pallido che si intrecciano tra loro come una carta da parati andata a seme.
I fiori non sono distribuiti in modo uniforme. Si addensano maggiormente negli angoli superiori e lungo il bordo sinistro, così che il motivo appaia vivo e in crescita anziché stampato e ripetitivo, un effetto che Van Gogh costruì pennellata dopo pennellata invece di copiare un tessuto reale.
Dove il verde decorato incontra i bordi del quadro, cede bruscamente a campiture piatte di rosso-arancio, visibili negli angoli inferiori attorno alla poltrona. Quel rosso è l’unica nota nel dipinto che non abbia nulla a che fare con l’arredamento della stanza o l’abito della modella, e funziona come una sorta di fiammella pilota che brucia alla base della composizione.
Pittura stesa come corda ritorta
La pennellata di Van Gogh cambia registro attraverso la tela. Nei fiori lascia che i tocchi rimangano brevi, carichi e distinti, così ogni dalia è costruita da una manciata di pennellate separate di rosa, bianco e rosso-arancio che si risolvono in un fiore solo a qualche passo di distanza.
Nel corpetto e nella gonna verdi lavora con pennellate più lunghe e uniformi che seguono la caduta del tessuto, dando al corpo di Augustine un peso e una solidità che la carta da parati non ha mai. Il contrasto è deliberato: una donna immobile e radicata posta contro uno sfondo che non smette di muoversi.
La corda stessa è dipinta con la stessa attenta cura dei fiori, alcune linee attorcigliate di pigmento crema, blu e rosso che catturano la luce lungo la loro lunghezza. È un piccolo passaggio, facile da trascurare, ma è il dettaglio che l’intero dipinto è costruito per spiegare.
Ciò che il quadro chiede a una stanza
Dipinto nel 1889 a olio su tela, 92,7 per 73,7 centimetri (36 1/2 per 29 pollici), questa versione de La Berceuse è oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove la sua ambizione sopravvive in modo del tutto evidente: un ritratto pensato per funzionare come consolazione, non come decorazione.
Su una parete di casa il quadro si comporta diversamente a seconda dell’ora. Con luce bassa lo sfondo verde scuro arretra e il volto e le mani di Augustine sembrano avanzare da soli, illuminati dall’interno; sotto una luce diurna più intensa i rossi agli angoli e i rosa delle dalie si fanno avanti e l’intera superficie torna irrequieta.
Ricompensa quel tipo di sguardo che Van Gogh sperava un marinaio lontano da terra potesse dedicargli: non un’occhiata di passaggio, ma il lento ritorno di un occhio che non ha altro posto dove andare, di nuovo verso il volto calmo e la corda tenuta morbidamente tra due mani.
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