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Baby Marcelle Roulin: storia, significato e pennellate

Riproduzione a olio dipinta a mano del capolavoro di Vincent van Gogh Bambina Marcelle Roulin, un neonato dalle guance rotonde su uno sfondo verde delicato
Bambina Marcelle Roulin, 1888; Van Gogh Museum · Vedi la riproduzione

La famiglia di un postino ad Arles

Alla seconda metà del 1888 Vincent van Gogh viveva ad Arles da mesi, lavorando a un ritmo che allarmava persino lui. Tra le poche persone del luogo disposte a posare per lui c’era Joseph Roulin, un impiegato postale la cui famiglia divenne una delle poche compagnie stabili di quell’anno difficile.

Van Gogh dipinse più volte lo stesso Roulin, poi passò al resto della famiglia: la moglie Augustine, i loro due figli, e infine la figlia più piccola, una bambina di nome Marcelle. Era nata solo pochi mesi prima, e quando Van Gogh mise su tela il suo ritratto era ancora abbastanza piccola da essere fasciata e con la cuffietta.

Dipngere un’intera famiglia, neonata inclusa, non fu una scelta casuale. Riflette quanto Van Gogh fosse arrivato a dipendere dai Roulin per compagnia e calore durante un periodo in cui la sua cerchia ad Arles era esigua e le sue lettere al fratello Theo sempre più ansiose.

Un volto che riempie la piccola tela

Il quadro è costruito quasi interamente intorno al volto della bambina. Dipinto su una tela di soli 24,6 per 35,2 centimetri, la composizione lascia poco spazio a qualsiasi cosa tranne la bambina stessa, sorretta in modo che la testa e le braccia incrociate occupino quasi tutta la superficie.

I suoi occhi sono la prima cosa che lo spettatore incontra: scuri, rotondi e fissi da qualche parte appena oltre il pittore, dando al volto una gravità inusuale in un ritratto di una neonata. Le guance sono piene e rosse, la piccola bocca atteggiata in quella linea leggermente increspata e incerta che i bambini spesso mostrano quando sono concentrati anziché sorridenti.

Una morbida cuffietta bianca incornicia la testa, le sue pieghe rilevate in ombre grigio-blu contro l’arancio dorato caldo della pelle. Sotto, le sue braccia si incrociano morbidamente su una veste pallida, le mani rese con tratti rapidi e spessi anziché con dita modellate con cura.

Fondo verde, bambina calda

Dietro di lei, Van Gogh stese un campo piatto di giallo-verde, applicato con tratti brevi e strascinati che lasciano visibile in alcuni punti la trama della tela. Non è una stanza né un ambiente di alcun tipo, semplicemente un campo di colore scelto per contrastare i toni dell’incarnato davanti a esso.

Arancio e verde si trovano quasi agli estremi opposti della ruota dei colori, e Van Gogh sapeva esattamente cosa avrebbe fatto quell’abbinamento: il verde spinge in avanti il volto della bambina e lo scalda ulteriormente, mentre il volto a sua volta impedisce che lo sfondo appaia semplicemente decorativo. È la stessa logica che usò nei suoi ritratti di adulti quell’anno, ridotta a una singola piccola testa.

Il colore sulla pelle della bambina è steso più densamente del fondo dietro di lei, con creste di pigmento che catturano la luce sulla fronte e sul ponte del naso. Da vicino il volto si risolve in singoli tratti di ocra, rosa e bianco; a una normale distanza di osservazione si fondono in una carne morbida e convincente.

La bambina de La Berceuse

È la stessa neonata la cui culla Augustine Roulin dondola con una corda nella più nota La Berceuse di Van Gogh, uno dei diversi ritratti che fece della madre quell’anno. Visti insieme, i due quadri completano un’unica famiglia: la madre al suo posto accanto alla culla, la bambina stessa studiata da vicino e da sola.

Van Gogh fece più di una versione del ritratto della bambina, tornando al suo volto come era tornato a quelli dei suoi genitori e fratelli. Qualunque difficoltà presentasse una neonata che si dimenava come soggetto, la trattò con la stessa serietà che riservava agli adulti, adeguando il suo ritratto in scala e fattura al resto del gruppo familiare.

Cosa fa il ritratto in una stanza

Appeso all’altezza degli occhi, il dipinto si legge prima di tutto come un paio di occhi prima che qualsiasi altra cosa in esso si registri. La scala è intima per scelta, più vicina a una pagina di un album di famiglia che a un ritratto formale, e chiede di essere guardato da vicino anziché attraverso una stanza.

La luce del mattino fa emergere i gialli della cuffietta e della veste; alla luce di una lampada il fondo verde si approfondisce e l’arancio della pelle viene ancor più in avanti, scaldando l’intero quadro. È una piccola tela che regge bene su una parete perché ben poco in essa è sprecato: un volto, un campo di colore, e il colore che fa tutto il lavoro.

Oggi l’originale è conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam, parte del più ampio resoconto della famiglia Roulin che Van Gogh costruì durante il suo periodo ad Arles nel 1888.

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