Natura morta con caldaia di ottone e brocca: La storia
Nuenen, dall’inverno alla primavera
Nei primi mesi del 1885, Vincent van Gogh viveva con i suoi genitori nel presbiterio di Nuenen, nella provincia olandese del Brabante Settentrionale, affrontando un lungo e deliberato apprendistato sul tono e sul peso. Non era ancora il pittore dei girasoli e dei cieli vorticosi. Era un uomo che imparava da solo, oggetto per oggetto, come una superficie cattura e trattiene la luce.
Le cucine e le case di Nuenen gli offrirono i suoi soggetti quell’inverno: contadini a tavola, tessitori ai loro telai e i semplici recipienti che arredavano una famiglia di lavoratori. Natura morta con calderone di ottone e brocca, dipinta nel 1885, appartiene a una serie di quadri di questo periodo in cui disponeva una manciata di umili oggetti su un tavolo e vi lavorava finché la pittura stessa non ne portava il peso.
Non erano esercizi decorativi. Van Gogh trattava la natura morta di cucina come una disciplina, un modo di allenare l’occhio e la mano prima di fidarsi di sé stesso con la figura umana. Calderoni, pentole, brocche e cesti di patate ricorrono nei dipinti di Nuenen, riorganizzati e ridipinti mentre cercava il giusto equilibrio tonale.
Un calderone rovesciato su un lato
Al centro della tela un calderone di ottone giace rovesciato su un lato, i due manici ricurvi pendenti, il corpo ammaccato che cattura quella poca luce che raggiunge il tavolo. Accanto si erge una brocca di terracotta smaltata scura, dal collo stretto e dal ventre rotondo, con un unico manico ad anello. Davanti a entrambi, un gruppo sparso di patate si rovescia sulla tovaglia, le loro bucce dipinte nello stesso registro bruno-nero delle ombre circostanti.
La composizione è costruita sul contrasto di superficie più che di colore. L’ottone risponde alla stoffa, la stoffa risponde alla ceramica, e ogni oggetto si trova vicino al piano del quadro, premuto contro uno sfondo così scuro da leggersi quasi come vuoto. Non c’è finestra, non c’è parete, non c’è accenno alla stanza oltre il tavolo.
La luce entra dall’alto a sinistra e cade più duramente sul bordo e sul ventre del calderone, dove van Gogh ha trascinato ocra pallida e oro caldo sul metallo ammaccato. Ovunque altro, nella brocca, nella stoffa, nelle patate, il tono scende in verdi, bruni e quasi neri, così che l’ottone diventa l’unico passaggio su cui l’occhio può riposare.
Le dimensioni sono modeste, 80,5 per 65,5 centimetri, abbastanza vicine perché gli oggetti appaiano quasi a grandezza naturale. Quella scala conta: questo è un tavolo davanti al quale uno spettatore potrebbe credere di trovarsi in piedi, non una scenografia allestita per effetto.
Pittura stesa spessa e scura
La pennellata di Van Gogh qui è più pesante e più indagatrice di quanto sarebbe diventata più tardi nella sua carriera, ma le abitudini che avrebbero definito il suo stile maturo sono già visibili. Costruisce la superficie del calderone con brevi pennellate cariche che seguono la curva del metallo, lasciando che i rilievi di pittura si sollevino dalla tela per catturare la luce reale della stanza, non solo la luce dipinta.
La brocca è trattata più uniformemente, la pittura diluita e sfumata così che il suo corpo arrotondato si legga come solido e pesante, un contrappeso all’energia ammaccata del calderone. Le patate sono appena più che tocchi, stesi in fretta, le loro forme tenute insieme dall’ombra più che dal contorno.
Il colore in tutto il dipinto è tratto da una gamma ristretta e terrosa: bruno bitume, verde bottiglia, ocra spenta, nero. Questa era la tavolozza che Van Gogh associava all’epoca alla dignità del lavoro contadino, la stessa gamma che usò quell’anno per I mangiatori di patate. Nulla qui è luminoso per caso; la sobrietà è il punto.
Il fondo scuro non è tanto spazio vuoto quanto pressione. Si chiude intorno agli oggetti e li spinge in avanti, così che il bordo di ottone e la carne pallida delle patate sembrano brillare invece di limitarsi a riflettere la luce.
Su una parete, dopo il buio
Appendete questa natura morta in un luogo dove la luce cambia nel corso della giornata e si comporta diversamente di ora in ora. In luce diretta, l’oro del bordo del calderone si impone e il quadro si legge quasi come uno studio su un solo colore. In luce fioca, quello stesso oro si ritira, e il dipinto diventa uno studio sul quasi nero, il calderone e la brocca che a malapena si separano dal fondo dietro di loro.
Quella reattività alla luce bassa non è un difetto di una tela scura e giovanile. È vicina a come Van Gogh avrebbe visto gli oggetti lui stesso, alla lampada o alla luce grigia di un inverno brabantino. Una stanza che si offusca la sera si addice a questo dipinto invece di ostacolarlo.
L’originale è oggi appeso al Van Gogh Museum, che custodisce una delle più profonde collezioni degli anni di Nuenen dell’artista e permette di leggere questa modesta scena di cucina accanto alle opere che la precedettero e la seguirono immediatamente. Visto lì, o in riproduzione, ricompensa uno sguardo ravvicinato e paziente più di un’occhiata.
Ciò che rimane a uno spettatore non è la narrazione, non ce n’è alcuna, ma il senso di un giovane pittore che elabora fino a che punto il solo tono potesse sostenere un quadro. Anni prima che il colore di Van Gogh illuminasse intere tele, egli sceglieva già con cura le sue battaglie, un calderone di ottone ammaccato alla volta.
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