Ritratto di Augustine Roulin: storia, significato e tecnica pittorica
Nell’autunno del 1888 Vincent van Gogh si trovava ad Arles da buona parte dell’anno, inseguendo la luce che credeva il sud potesse dargli e trovando, invece, per lo più isolamento. L’arrivo di Paul Gauguin in ottobre cambiò il ritmo quotidiano della Casa Gialla, ma fu un legame più antico e più silenzioso a tenere van Gogh al lavoro per tutto quel periodo: la famiglia di Joseph Roulin, l’ufficiale postale locale, che era diventato qualcosa di molto vicino all’unica compagnia stabile dell’artista in città. La moglie di Roulin, Augustine, posò per lui più di una volta quell’anno, e questo ritratto, dipinto nel 1888 e misurante 65 per 55 centimetri, è una testimonianza di quelle sedute.
Nulla nel quadro suggerisce una commissione. Augustine Roulin non era una committente e non c’era alcun compenso in gioco; era una donna che van Gogh aveva conosciuto attraverso il marito, che accettò di posare perché la famiglia, di fatto, lo aveva accolto. Questa circostanza plasma il quadro tanto quanto qualsiasi scelta formale.
Una famiglia diventata soggetto
Van Gogh aveva poche persone ad Arles che potesse chiamare amici. Le lettere e i resoconti successivi concordano sul fatto che i Roulin, ordinari e privi di glamour come erano, gli diedero qualcosa di simile a una famiglia sostitutiva in un momento in cui ne aveva disperatamente bisogno.
Dipinse l’intera famiglia ripetutamente nel corso del 1888 e nell’anno successivo: Joseph nella sua uniforme postale, i bambini, e Augustine stessa in più di una seduta. Questa tela appartiene a quella sequenza, un rapporto di lavoro costruito sulla fiducia più che sulla transazione.
Questa distinzione conta per come viene trattata la modella. Non c’è adulazione nel quadro, nessun tentativo di addolcire Augustine Roulin in un tipo idealizzato. È dipinta come qualcuno che egli conosceva davvero, stanca e salda in uguale misura.
La stanza dietro di lei
È seduta leggermente girata di lato, le mani fuori campo sotto la cornice, il vestito verde oliva abbottonato fino al collo. Un pettine scuro le tiene i capelli indietro dal viso, e un piccolo orecchino scuro cattura la poca luce separata che c’è.
Dietro di lei la parete è piatta, giallo-arancio uniforme, non dando al quadro alcuna profondità reale e nessuna finestra su altro. Non è tanto un interno domestico quanto un campo di colore che casualmente ha una donna seduta davanti.
In alto a sinistra, un quadro più piccolo è appeso su quella stessa parete, il suo quadrato di verde che mostra cesti bassi di cipolle o bulbi d’aglio e un terreno ondulato, quasi simile a un paesaggio, sopra di essi. È un quadro dentro il quadro, un secondo passaggio di pittura che svolge un lavoro completamente diverso dal ritratto che gli sta accanto.
La sedia che occupa è rosso-bruna, il suo legno costruito in brevi pennellate tratteggiate che lasciano che la grana della pittura sostituisca la grana del legno. Il suo viso porta una lieve velatura dello stesso giallo che riempie la parete, come se il colore della stanza si fosse depositato sulla sua pelle invece di limitarsi a circondarla.
Il colore al posto dell’ombra
Non c’è quasi nessuna ombreggiatura convenzionale in questo ritratto. Van Gogh costruisce la forma con il colore contrapposto al colore, il verde del vestito e il giallo della parete facendo il lavoro che luce e ombra farebbero in un ritratto più tradizionale.
Linee di contorno, verde scuro e quasi nere, tengono insieme ogni forma: il colletto del vestito, la linea della mascella, il bordo dello schienale della sedia. Dentro quei contorni il pennello si muove in brevi tratti direzionali, mai sfumati uniformemente, così la superficie conserva una traccia visibile di quanto rapidamente la pittura sia stata stesa.
La sua espressione è tenuta molto ferma contro tutta quell’attività intorno a lei. Occhi dalle palpebre pesanti, una bocca chiusa, un viso che si legge come paziente piuttosto che posato, è il centro calmo di cui il colore circostante ha bisogno per registrarsi come calmo invece che semplicemente chiassoso.
Da Arles a Winterthur, e su una parete
L’originale Ritratto di Augustine Roulin è oggi conservato nella collezione del Museum am Römerholz. La sua scala modesta, 65 per 55 centimetri, è facile da dimenticare una volta che il colore fa il suo lavoro; questa non è una tela grande, ma non si legge nemmeno come piccola.
Appesa in una stanza, si comporta meno come un’immagine fissa e più come una fonte di calore. La luce del mattino trascina i verdi verso il grigio; una lampada la sera tira avanti il giallo finché l’intera parete dietro di lei sembra farsi più vicina.
Ciò che resta costante, qualunque sia l’ora, è il viso al centro: senza fretta, un po’ logorato, del tutto specifico della donna di fronte alla quale van Gogh sedeva davvero ad Arles.
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