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Sottobosco: storia, significato e pennellate

Riproduzione a olio dipinta a mano di Sottobosco di Vincent van Gogh, esili tronchi d'albero che si ergono da un denso tappeto di edera e sottobosco verde
Sottobosco, 1889; Van Gogh Museum · Vedi la riproduzione

Nel maggio 1889, Vincent van Gogh si fece ricoverare nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole, ai margini di Saint-Rémy-de-Provence. Aveva chiesto di andarci dopo le crisi dell’inverno precedente ad Arles, e per le prime settimane gli fu permesso di lavorare solo entro le mura del vecchio monastero e del suo giardino incolto. Il mondo che gli era consentito dipingere si era ridotto a pochi acri recintati, e Sottobosco, dipinto quello stesso anno, è uno dei risultati di quel restringimento.

Anziché trattare la restrizione come un limite, spinse il suo sguardo più vicino a ciò che aveva effettivamente davanti. Invece di una veduta con un orizzonte, una strada o una collina in lontananza, scelse un lembo di terreno sotto gli alberi e lo dipinse come se non esistesse altro. Il dipinto misura 64 per 49 cm, una dimensione modesta che si adatta al suo soggetto: non è un paesaggio destinato a essere osservato dall’alto, ma un angolo destinato a essere attraversato.

Recluso in un giardino, nella primavera del 1889

Il terreno dell’ospedale comprendeva tratti di bosco incolto, edera che si arrampicava su vecchie pietre, giovani alberi che crescevano sottili e storti dove si erano seminati da soli. Van Gogh dipinse questo stesso angolo di terreno più di una volta quella primavera e quell’estate, tornandovi come a un soggetto a cui poteva dedicarsi senza bisogno di una scorta oltre i cancelli.

Stando a quanto egli stesso raccontava nelle lettere di questo periodo, cercava di lavorare con costanza attraverso mesi difficili, e il motivo intricato e autosufficiente del sottobosco gli offriva un soggetto che non dipendeva dal tempo, dalla distanza o dal permesso di viaggiare. Era lì, a portata di mano, ogni giorno in cui stava abbastanza bene da montare il cavalletto.

Questa circostanza plasma ciò che il quadro mostra. Non c’è cielo, nessuna radura, nessun sentiero che guidi lo sguardo fuori dalla scena. La tela è riempita da un bordo all’altro di tronchi e sottobosco, così che guardarla è quasi come stare dentro il bosco stesso anziché osservarlo dall’esterno.

Dentro il muro verde

Esili tronchi d’albero si innalzano verticalmente attraverso la composizione, alcuni dritti, altri inclinati ad angoli strani come fanno i giovani alberi quando competono per la luce. Sono dipinti in grigi, marroni e un nero-blu freddo, senza nessuna delle calde tonalità ocra della corteccia che usò per gli ulivi e i cipressi dipinti altrove a Saint-Rémy.

Tra e sotto i tronchi si stende un fitto tappeto di edera e vegetazione bassa, reso in un’ampia gamma di verdi: verde bottiglia profondo nelle ombre, un verde acido più acceso dove la luce colpisce le foglie, e passaggi di giallo ocra sparsi qua e là come luce caduta. Piccoli tocchi di blu si insinuano tra i verdi, raffreddando la massa e impedendole di leggersi come un unico colore piatto.

Non c’è un singolo punto focale nel senso consueto. L’occhio entra ovunque una macchia più chiara di terreno o un tronco pallido rompa la densità, poi si muove lateralmente e all’indietro attraverso l’intrico, come farebbe se si trovasse davvero in un luogo simile cercando una via d’uscita.

Una trama densa di pennellate

Van Gogh costruì il sottobosco con pennellate brevi e cariche di colore, accostate l’una all’altra senza sfumature. Ogni segno si legge come una foglia, un filo d’erba, un frammento di luce sul terreno bagnato, ma nessuno è una foglia disegnata nel dettaglio; l’effetto è prodotto dall’accumulo di segni anziché da un singolo segno.

I tronchi sono dipinti più direttamente, con pennellate più lunghe che seguono la loro inclinazione e il loro assottigliarsi, alcune raschiate o trascinate così che lo strato sottostante più scuro affiori. Questo contrasto tra i segni carichi e irregolari del sottobosco e le pennellate più snelle dei tronchi dà alla superficie un ritmo che si può seguire anche in riproduzione.

Da vicino il quadro quasi si dissolve in pura pittura, creste e solchi di colore senza un’immagine chiara. Facendo un passo indietro, quegli stessi segni si risolvono in edera, ombra e luce screziata, un passaggio che avviene più o meno a distanza di un braccio dalla tela, che è all’incirca la distanza da cui sarebbe stato realizzato.

Su una parete, in luce che cambia

Appeso in una stanza, questo non è un quadro che si annuncia dall’altra parte dello spazio. Ricompensa quel tipo di sguardo di solito riservato a un vero lembo di bosco, dove l’occhio deve adattarsi prima che il dettaglio emerga.

La luce del giorno fa emergere i blu e il terreno pallido dove il colore è più spesso, mentre la luce di una lampada la sera trascina i verdi verso qualcosa di più vicino al nero, e l’intera superficie appare più scura e più chiusa. Una stanza con luce naturale che cambia mostrerà un dipinto diverso a ore diverse, il che è molto in sintonia con un quadro realizzato da un unico lembo di terreno ravvicinato e mutevole.

L’originale è conservato dal Van Gogh Museum, che registra l’opera con il suo titolo Sottobosco, dipinta nel 1889. Vista lì o in riproduzione, resta uno dei quadri più privati del periodo di Van Gogh a Saint-Rémy, realizzato da un soggetto che non doveva viaggiare per trovare.

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