Vigneti di Auvers: storia, significato e tecnica pittorica
Nel maggio 1890 Vincent van Gogh aveva lasciato l’ospedale psichiatrico di Saint-Remy e si era stabilito ad Auvers-sur-Oise, un villaggio a nord-ovest di Parigi dove poteva lavorare sotto l’informale sorveglianza del dottor Paul Gachet. Gli restavano dieci settimane di vita, e le impiegò a un ritmo che ancora stupisce chiunque provi a contare le tele: paesaggi, ritratti, campi di grano, uno dopo l’altro, spesso un quadro al giorno. Vigneti ad Auvers, dipinto nel 1890, appartiene a quell’ultima esplosione di lavoro, quando la campagna intorno al villaggio gli forniva soggetto dopo soggetto quasi più in fretta di quanto riuscisse a dipingerli.
Non era nuovo alle viti come soggetto. Due anni prima ad Arles aveva dipinto il Vigneto Rosso, l’unico quadro che risulta aver venduto in vita. Ad Auvers tornò al tema su un pendio sopra il villaggio, guardando verso il basso lungo filari di viti giovani in direzione dei tetti e del campanile sottostanti.
Auvers nella prima estate del 1890
Auvers-sur-Oise era, e ancora è, un villaggio operoso situato tra campi di grano, frutteti e vigneti sui pendii sopra il fiume Oise. Van Gogh lo scelse in parte per la presenza di Gachet e in parte perché Pissarro e Cezanne vi avevano dipinto prima di lui, attratti dagli stessi terreni ondulati e dalle case dal tetto di paglia.
Le viti sul pendio dovevano essere basse e appena fogliute in quel momento della stagione, palificate in lunghi filari paralleli che seguivano la pendenza del terreno. È esattamente questo tipo di pendio coltivato e insignificante, il genere che un abitante oltrepasserebbe senza un secondo sguardo, quello a cui Van Gogh continuò a tornare in queste ultime settimane.
Un pendio visto dall’alto
Il punto di vista è alto e guarda verso il basso, come se il pittore fosse salito a metà del pendio e si fosse voltato verso le viti che scorrono sotto di lui. Filari di viti palificate riempiono quasi interamente i due terzi inferiori della tela, curvando e abbassandosi con il contorno della collina prima che il terreno si appiattisca verso un muretto e un gruppetto di case.
Oltre il muro, Auvers stessa sale verso la distanza media: casette dai muri bianchi con ripidi tetti di tegole arancioni e di paglia, un campanile, un groviglio di alberi, e poi una fascia di morbide colline grigio-azzurre che chiude la vista sotto un cielo pallido e uniforme. Nell’angolo in basso a sinistra un gruppo di papaveri rossi ed erba alta irrompe tra i filari di viti, l’unica nota di rosso acceso in tutta la composizione.
Un sentiero o un muretto serpeggia diagonalmente attraverso il piano intermedio, offrendo all’occhio un percorso dalle viti in primo piano su fino al villaggio e fuori verso le colline, un espediente che Van Gogh usava spesso nei suoi paesaggi di Auvers per intrecciare primo piano e distanza in un unico spazio continuo e respirante.
Verde contro grigio-azzurro
Il quadro è costruito quasi interamente di verdi: verde-giallo acido nelle foglie di vite illuminate dal sole, salvia e oliva più profondi nei filari in ombra, un verde-azzurro più freddo nei campi sulla destra. Contro questo, i pali e i tronchi delle viti sono tracciati con pennellate di blu ardesia e grigio-viola, un colore che ricorre nei tetti, nelle colline in lontananza e nelle ombre sotto le grondaie, legando insieme l’intero pendio.
Il cielo non offre quasi alcun dramma, solo una pallida velatura di grigio-azzurro e crema che lascia che l’occhio resti sulla terra. È il colore, più che il contrasto tonale, a portare qui il senso della profondità: i verdi si raffreddano e si ingrigiscono man mano che si allontanano verso le colline, mentre i papaveri e le tegole arancioni restano caldi e si collocano in avanti nel piano del quadro.
Il ritmo del pennello
Ogni filare di viti è costruito con brevi tratti ricciuti, quasi calligrafici, stesi velocemente e fitti l’uno vicino all’altro, così che l’intero pendio si legge come un’unica superficie vibrante piuttosto che come un campo di singole piante. I pali sono tracciati con segni più lunghi e dritti di grigio-blu che tagliano contro i riccioli delle foglie e danno ai filari la loro struttura.
Le case e i tetti sono dipinti in modo più piatto, in ampie campiture di bianco, arancione e verde, il che permette loro di stare tranquillamente dietro il primo piano irrequieto. È un metodo di lavoro tipico di queste ultime settimane ad Auvers, quando Van Gogh dipingeva direttamente e rapidamente dal motivo, fidandosi del pennello carico di colore per tenere il passo con ciò che vedeva.
Con i suoi 79,5 per 64,2 centimetri, la tela è abbastanza grande perché quella pennellata si legga chiaramente da tutta la stanza, ogni tratto dei filari di viti ancora leggibile come segno individuale invece di dissolversi in texture.
Su una parete, attraverso il giorno
Appeso dove arriva la luce del giorno, il dipinto cambia con le ore proprio come avrebbe fatto il pendio reale. La luce del mattino o quella coperta fa emergere i grigio-blu più freddi nei pali delle viti e nelle colline; una lampada più calda la sera tira in avanti i verdi-gialli e le tegole arancioni.
Si adatta a una stanza dove c’è spazio per prendere le distanze, poiché il punto di vista alto e ampio e la lunga diagonale del sentiero premiano un momento di pura osservazione piuttosto che uno sguardo di passaggio. L’originale è appeso al Saint Louis Art Museum, una delle testimonianze più chiare sopravvissute di come Van Gogh guardava la terra ordinaria e coltivata intorno a lui nell’ultima estate della sua vita.
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