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Il Seminatore (Studio, 1883): Storia, Significato e Pennellate

Riproduzione a olio dipinta a mano dello studio del Seminatore di Vincent van Gogh, un solitario seminatore che stride attraverso un campo nudo e scuro seminando sotto un cielo ampio
Il Seminatore (studio), 1883 · Vedi la riproduzione

Un soggetto contadino che mette radici a Drenthe

Nel settembre 1883 Vincent van Gogh lasciò L’Aia per Drenthe, una remota provincia di torbiere e fattorie sparse nel nord-est dei Paesi Bassi. Vi si recò in parte per risparmiare denaro e in parte perché voleva soggetti che non erano già stati trattati da altri pittori: scavatori, tessitori, donne chine sui campi di patate, uomini che camminavano dietro gli aratri. Era un alloggio economico e un clima duro, e non rimase a lungo.

A dicembre si era già trasferito di nuovo, questa volta a Nuenen, dove suo padre occupava il presbiterio e dove Vincent avrebbe vissuto e lavorato per i due anni successivi. Il seminatore (studio) appartiene a questo periodo irrequieto del 1883, dipinto piccolo e veloce, 27,5 per 19 centimetri, il tipo di formato che un uomo poteva portare in una bisaccia attraverso un campo.

Non era ancora il pittore di Arles. Il colore che cercava in questi anni era il colore stesso del suolo olandese: bistre, terra d’ombra, un grigio che non diventa mai del tutto verde. Quello che cercava non era la luminosità ma la convinzione, il senso che un contadino al lavoro fosse un soggetto adatto alla pittura seria quanto qualsiasi ritratto o scena storica.

La lunga ombra di Millet

Il seminatore aveva un antenato specifico. Jean-François Millet aveva dipinto un uomo che avanzava a grandi passi attraverso un campo arato, con il braccio che oscillava nell’atto di gettare il seme, e l’immagine era diventata qualcosa di simile a una scrittura sacra per Van Gogh. Possedeva stampe tratte da Millet, le copiava ripetutamente e parlava del pittore più anziano come di una sorta di maestro morale più che di un semplice modello stilistico.

Per Van Gogh il seminatore non era mai soltanto una figura di studio. Portava con sé un’idea del lavoro come forma di fede, seme gettato su un terreno che non avrebbe risposto per mesi, un atto compiuto senza prova che avrebbe funzionato. Si era formato per il ministero prima di formarsi come pittore, e qualcosa di quella convinzione non provata, protesa in avanti, rimase con lui quando si volse a dipingere invece che a predicare.

Questo studio del 1883 è un primo tentativo su un soggetto a cui sarebbe tornato per il resto della sua vita lavorativa. Cinque anni dopo, ad Arles, lo stesso gesto sarebbe riapparso sotto un enorme sole giallo, il campo diventato violetto, il seminatore stesso quasi con un’aureola. Niente di quel colore è ancora presente qui. Quello che è presente è la posa, già fissata, già sua.

Una figura costruita dal quasi nulla

La composizione è spoglia fino alla severità. Un solo uomo cammina attraverso il terzo inferiore della tavola, il corpo girato di profilo, un braccio scagliato in avanti a metà del lancio, l’altro tirato indietro per equilibrio. Dietro di lui il terreno si scurisce in una fascia di pittura frammentata e granulosa che si legge meno come solchi che come peso grezzo, la terra che preme contro il bordo inferiore del quadro.

Al di sopra di quella fascia il cielo occupa gran parte della superficie, pallido e inquieto, striato di nuvole lavorate a umido su umido anziché disegnate. L’orizzonte è basso, cosa che era già un’abitudine di Van Gogh in questi studi olandesi: lascia che la terra si riduca e lascia che sia il cielo a fare il lavoro della scala, così che un solo uomo a piedi sembri più piccolo del tempo atmosferico intorno a lui.

Non c’è quasi nessun episodio oltre la figura e la linea dove il campo incontra l’aria. Nessun secondo lavoratore, nessuna fattoria, nessun albero ad ancorare il piano intermedio. L’occhio ha una sola cosa su cui posarsi, la scura silhouette del seminatore, e tutto il resto nello studio esiste per metterlo contro quel vuoto.

Il peso di uno studio

Van Gogh trattò la figura con una sorta di economia spietata. La testa, le spalle, l’oscillazione del cappotto sono stese come forme scure e solide anziché costruite attraverso la modellazione, così che l’uomo si legge prima come silhouette e solo dopo come corpo in movimento. È il metodo di qualcuno che lavora veloce, all’aperto o a memoria dei campi intorno a lui, più interessato a cogliere il ritmo del passo che a rifinire un singolo passaggio.

Quella crudezza non è trascuratezza. Van Gogh, a questo punto, si stava esercitando nella costruzione della figura attraverso la ripetizione, disegnando e dipingendo le stesse pose contadine ancora e ancora finché le proporzioni non venivano senza esitazione. Uno studio come questo era pratica nel senso più semplice, una prova per quadri per cui non aveva ancora guadagnato l’abilità di dipingere.

La tavolozza resta vicina al terreno che raffigura. Marroni, verdi diventati quasi neri, e un cielo mescolato fino a un bianco-grigio gessoso sono fin dove arriva il colore. Niente qui anticipa i gialli e i blu saturi del suo lavoro successivo, e quella misura è parte di ciò che lo studio mostra: un pittore che sta ancora insegnando alla propria mano cosa fa il corpo di un uomo al lavoro in un campo, prima di permettersi di pensare al colore.

Vivere con un cielo scuro

Appeso a una parete, uno studio di queste dimensioni non si annuncia dall’altra parte di una stanza. Chiede di essere avvicinato, come l’originale avrebbe chiesto qualcosa di simile a Van Gogh stesso, chino su una piccola tavola con la luce di un basso cielo olandese dietro di lui.

Alla luce del giorno il cielo domina, quella distesa pallida e rimaneggiata che tira l’occhio in alto e lontano dalla figura. Sotto una luce serale più calda il primo piano scuro e la silhouette del seminatore vengono invece in avanti, e il quadro si legge meno come paesaggio e più come ritratto, un uomo solo con un compito che non mostrerà i suoi risultati per mesi.

Quello che resta costante è il gesto, quel braccio scagliato in avanti, tenuto a metà del lancio finché qualcuno lo guarda. Van Gogh dipinse quel movimento per tutta la sua carriera, e questo piccolo, sobrio studio del 1883 è dove lo fissò per la prima volta.

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